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Georgiche

Regia di Maurizio Ciccolella
un adattamento di Walter Prete dalle Georgiche di Publio Virgilio Marone

Lo spettacolo si articola in una trama che nell’opera virgiliana resta in nuce: il ratto di Proserpina da parte di Plutone. Cerere, madre della fanciulla e dea delle messi, si dispera e smette di produrre frutto spontaneamente come invece prima aveva sempre fatto. Gli uomini non sanno coltivare la terra o allevare il bestiame, a cui aveva sempre provveduto generosamente Cerere, e sono sterminati dalla carestia. Gli dèi cercano allora di mediare perché Proserpina ritorni alla madre e lasci lo sposo Plutone, dio degli inferi: questo sarà possibile solo finché la ragazza non avrà toccato cibo dei morti, che non la farebbe mai più tornare sulla terra. Stretta dalla fame, dopo nove giorni di digiuno, la ragazza mangia la metà dei dodici chicchi di melograno che lo sposo le offre. Giove stabilirà allora che Proserpina resti con Plutone per sei mesi l’anno (quanto sono i chicchi di melograno mangiati dalla ragazza) e per sei mesi torni con la madre.

Questo origina l’alternanza delle stagioni e la necessità per l’uomo di imparare a lavorare la terra e allevare il bestiame, secondo i tempi e le tecniche precise che Cerere stessa insegnerà a Trittolemo, che l’aiuta nelle ricerche della figlia.

Nello spettacolo, però, il mito del rapimento resta sullo sfondo per lasciare spazio al tema da cui il mito stesso trae origine e che può restituire alle Georgiche di Virgilio un significato dinanzi agli occhi degli uomini di oggi: il lavoro.

Attraverso il lavoro (simbolicamente quello dei campi e dei pascoli) l’uomo trova la sua collocazione rispetto alla divinità e rispetto agli animali. Fonda la sua dignità e il senso della vita.

A necessitare l’uomo al lavoro non è più allora la carestia ingenerata da Cerere, la necessità di sentirsi responsabile della propria vita e di ripensare i rapporti col cielo e con la terra.

L’antichità del testo virgiliano ci permette di trattare temi da sempre attuali tornando all’origine dei significati e delle necessità che gli hanno generati.
Tramite un lavoro di riscrittura, gli oggetti di Virgilio diventano soggetti che parlano ognuno dal suo punto di vista. Parlano dèi dai lineamenti umani, uomini, piante, animali, venti, costellazioni in un linguaggio fatto di parole minime che muovono pensieri grandi e restituiscono il piacere di un’opera che attraversa i secoli senza smettere di affascinare e muovere alla riflessione.